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Minacce di maleficio? È estorsione, non truffa La Cassazione chiarisce che chi minaccia un maleficio commette estorsione se il male prospettato dipende dalla sua volontà

estorsione

Estorsione e truffa aggravata: come si distinguono

Con la sentenza n. 23947 del 2025, la Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiaro: la minaccia di un maleficio, anche se formulata da un sedicente mago, integra il reato di estorsione e non quello di truffa aggravata. Il discrimine sta nel rapporto di causalità tra la volontà dell’agente e il male paventato.

Secondo la Cassazione, l’estorsione si perfeziona quando l’agente prospetta un male che può determinare o far cessare a suo piacimento, inducendo la vittima a fare o non fare qualcosa.
Diversamente, la truffa aggravata (art. 640 n. 2 c.p.) si configura quando il pericolo rappresentato non dipende dall’agente, ma è un rischio reale o immaginario che la vittima può evitare soltanto attraverso l’azione suggerita dal truffatore.

Il caso del sedicente mago

Nel giudizio esaminato dalla Suprema Corte, l’imputato aveva minacciato di far ricorrere un mago per infliggere un maleficio alla persona offesa.
La difesa sosteneva che si trattasse di una truffa aggravata dalla prospettazione di un pericolo immaginario, e che quindi la condotta non potesse essere qualificata come estorsione.

La Cassazione ha rigettato questa impostazione. Infatti, il presunto maleficio non era una circostanza estranea alla volontà dell’imputato, ma un’azione che lo stesso poteva decidere di fare o meno. Di conseguenza, la minaccia costituiva una forma di coercizione.

La differenza decisiva: la disponibilità del male prospettato

Il Collegio ha sottolineato che il punto chiave sta nella disponibilità del male minacciato.
Quando l’evento dannoso dipende, anche indirettamente, dalla volontà dell’agente, si integra il reato di estorsione. In altre parole, chi prospetta un male che può effettivamente provocare esercita un potere coercitivo sulla vittima.

Viceversa, se il pericolo prospettato non è riconducibile all’imputato, ma viene utilizzato come strumento di inganno per indurre un comportamento, la condotta si configura come truffa aggravata.

Il principio di diritto affermato

La Cassazione ha ribadito che: “La minaccia di un maleficio, anche mediato da terze persone, integra il reato di estorsione quando il male prospettato è suscettibile di essere attuato dall’agente direttamente o indirettamente, in base alla propria volontà.”

Pertanto, il timore ingenerato nella parte offesa discendeva dal potere del ricorrente di decidere se avvalersi o meno del presunto mago.